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Lotte sociali e femministe in Iraq

Un anno ed alcuni mesi dopo la fine ufficiale della guerra in Iraq, una guerra molto breve e segnata dal crollo brutale del regime, tutto sembra indicare che in realtà la guerra stia cominciando adesso. Le immagini mettono a fuoco gli aspetti più atroci, le torture praticate da una parte e dall’altra, la violenza cieca. Tutto ciò non deve fare dimenticare che esiste in Iraq un movimento sociale e femminista dinamico, nonostante la miseria e le condizioni di lotte particolarmente difficili. Senza pretendere di esporre tutta la situazione, gli elementi che seguono permettono di scoprire questi movimenti e farsi un’altra idea dell’Iraq e delle possibilità concrete di agire sulla situazione.

Disoccupati e disoccupate in lotta

Le stime ufficiali ammettono che almeno il 40% della popolazione è attualmente disoccupato . Per le organizzazioni di disoccupati e disoccupate, questo tasso sarebbe del 70%. In mancanza di un sistema di controllo sociale, la valutazione precisa è difficile, ma in tutti i casi è ovvio che la disoccupazione è massiccia. La smobilitazione di una delle più vaste armate del mondo in proporzione alla popolazione del paese, il grande numero di profughi di guerra, l’obsolescenza delle strutture industriali, il fallimento totale della politica agraria del "vecchio regime", sono tra le tante cause di questa situazione sociale. Attualmente, questi disoccupati e disoccupate non beneficiano di alcuna legislazione sociale, di nessuna forma di compensazione, di nessuna fonte di reddito. È in questo contesto che il 1 maggio 2003, appena dopo l’entrata delle truppe USA a Bagdad, una ventina di disoccupati, riuniti nell’edificio che fungeva prima da sede alla "Federazione generale dei sindacati iracheni", organo del vecchio regime, ha formato "l’Unione dei disoccupati in Iraq", presieduta da Qasim Hadi. Il movimento lancia una rivendicazione semplice: "lavoro o un’indennità per tutti e tutte", che sarà precisata un po’più tardi dalla rivendicazione di un’indennità di 100 $ al mese per i disoccupati e disoccupate. L’Unione dei disoccupati in Iraq conosce una crescita rapida, arrivando a più di 130.000 militanti. La situazione sociale del paese, ma anche il dinamismo della nuova organizzazione, spiegano quest’aumento spettacolare. Sviluppa la sua attività a Bagdad, a Kirkuk, a Nasiriyah, ed in totale in sette regioni in Iraq. L’azione più spettacolare è stata, dal 29 luglio al 13 settembre, un sit-in di molte centinaia di persone dinanzi all’ufficio di Paul Bremer, il governatore americano, che è durata per 45 giorni. Nonostante un sole di piombo, i manifestanti hanno organizzato la lotta in maniera conviviale e festosa, animandola con spettacoli, poesie, musiche e danze, alternate a manifestazioni. Fin dal secondo giorno, Qasim Hadi, segretario generale dell’Unione dei disoccupati in Iraq, viene fermato per "violazione di coprifuoco", con 18 dei suoi compagni, mentre le truppe americane tentano di disperdere il sit-in. Qasim Hadi è rilasciato tre giorni più tardi, quindi fermato nuovamente contemporaneamente a 54 altri manifestanti. Una campagna internazionale di sostegno si impegna immediatamente per la loro liberazione, che arriva dopo alcuni giorni. I negoziati con la CPA (autorità provvisoria della coalizione) riprendono. Il 12 agosto, l’esercito americano carica con le baionette chi manifesta , sotto un’inondazione di insulti razzisti contro "ali-babas", il soprannome dato dalle GI’s agli iracheni. Tuttavia, alcuni soldati dimostrano con discrezione il loro sostegno ai manifestanti e li incoraggiano. Il movimento resiste e tiene. Incoraggiata dai suoi successi, l’Unione dei disoccupati esige l’applicazione del piano di creazione di 300.000 posti di lavoro annunciato dalle autorità d’occupazione, e richiede ad essere associata alla loro messa in atto, così come alle distribuzioni di prodotti alimentari nelle città. Nonostante molti incontri e promesse, Paul Bremer non fa nulla: conta sulla smobilitazione di chi manifesta. Poiché il movimento sembra tenere ed indurirsi, altri mezzi sono attuati per tentare di rompere la loro determinazione. Al 40° giorno del sit-in, l’uomo di affari Abdul Mussan arriva con un gruppo di suoi sodali, che portano ritratti del loro capo. Si presentano come il "movimento democratico per una società irachena libera" e distribuiscono generosamente 2000 dinars (1 $) a ognuno dei manifestanti, promettendo loro un’occupazione... se si dissociano del movimento. il 70% lo seguirà per formare un’"Associazione dei disoccupati". Una settimana più tardi quest’organizzazione marionetta scompare ed i suoi membri tornano, con vergogna, all’Unione disoccupati, spiegando che avevano fatto quella scelta per disperazione. È tempo di cambiare forma d’azione: il sit-in si conclude con un festival di solidarietà, con teatro e musica, il 13 settembre. Instancabile militante, Qasim Hadi sarà nuovamente fermato alcuni mesi più tardi, il 23 dicembre 2003, contemporaneamente a Adil Salih, membro del partito comunista dei lavoratori. Una nuova campagna internazionale ottiene la loro liberazione. A Kirkuk, le militanti dell’Unione dei disoccupati hanno organizzato undici giorni di sit-in in solidarietà con i loro compagni di Bagdad. La loro lotta è più proficua, sebbene in una scala più limitata: ottengono del municipio la creazione di 50 posti di lavoro, pagati 30.000 Dinars alla settimana (15 $) finanziati da un’organizzazione umanitaria. A Nassiriyah, una delle loro roccaforti, una manifestazione di 7000 persone è repressa dalle milizie islamiste. La repressione è frequente; e non è fatta sempre dalle sole forze d’occupazione. Il 3 gennaio 2004, è il gruppo islamista "Al-initfadah al sha’baaniah" che spara su una manifestazione di disoccupati,provocando quattro morti e molti feriti. Quel giorno, una manifestazione si era formata spontaneamente dinanzi al municipio, alla notizia della creazione di posti di lavoro. Quando un responsabile comunale annuncia che nessun’occupazione sarà fornita, i disoccupati e le disoccupate in rabbia lanciano pietre sul municipio stesso, fino all’irruzione degli islamisti il cui quartiere generale è vicino. Ad Al-Amarah, nel sud, sono truppe irachene sotto ordine britannico che causano sei morti ed undici feriti, il 10 gennaio il 2004. Infine, il 24 marzo 2004 a Najaf, è la polizia irachena che spara: si tratta di una di quelle manifestazioni presentate dai mass media occidentali siccome "sciite", nonostante fosse organizzata dall’Unione dei disoccupati e che alcune fotografie mostrino bandiere rosse. Recentemente, l’Unione dei disoccupati in Iraq ha fatto conoscere il suo programma sociale, redatto in comune con la "Federazione dei consigli operai e sindacati in Iraq", sotto forma di proposta di legge fondamentale per il lavoro, in 48 articoli. Un testo ambizioso, senza compromesso con il patronato, espressamente opposto a qualsiasi forma di nazionalismo, e fondato sulle sole necessità della classe operaia. Fra le rivendicazioni la settimana di 30 ore, la pensione a 55 anni, il divieto dei licenziamenti e del lavoro di notte, la piena parità uomo-donna, la libertà totale del diritto di sciopero e d’organizzazione, la gratuità totale dell’istruzione e della salute. Lontana dalla realtà del Iraq occupato, in preda alla guerra tra eserciti e milizie? Non completamente. Se la CPA è fermamente decisa a smantellare il sistema economico fortemente statalizzato fondato sulle entrate petrolifere, eredità del vecchio regime baathista, deve al contempo gestire una situazione sociale con dieci milioni di disoccupati e precari. In gennaio, il ministero del lavoro e degli affari sociali ha annunciato che prevedeva un piano d’aiuto di sei mesi, con un’indennità di 60 $ mensili per i disoccupati e disoccupate, senza tuttavia dare la data per la sua attuazione. La pressione continua esercitata dalle lotte di disoccupati di disoccupate non è stata fatta invano. Nonostante la repressione, l’Unione dei disoccupati è diventata una forza inevitabile in Iraq. Gli occorre ancora rafforzare la sua organizzazione, poiché una crescita così rapida non è facile da gestire, soprattutto in mancanza di ogni mezzo materiale. Anche la stampa dele tessere di adesione pone dei problemi tecnici e finanziari difficili da superare senza l’aiuto della solidarietà internazionale. Il suo giornale, titolato "I consigli operai", il cui logo è derivato da un manifesto francese del maggio 68, è diffuso in un basso numero di copie, in mancanza di mezzi di stampa. In mancanza di veicoli, gli spostamenti a piedi sono molto pericolosi a causa della situazione di guerra, e la creazione di sezioni in altre città è limitata dai semplici problemi di trasporti. Anche la miseria dei militanti e delle militanti è un freno all’organizzazione, poiché occorre trovare ogni giorno i mezzi per esistere.

Scioperi e rivendicazioni operaie

Il 2 novembre 2003, i dipendenti della filatura di cotone di Bagdad si mettono in sciopero esigendo l’elezione di nuovi capi reparto, il pagamento delle ore straordinarie ed un premio di emergenza. Le porte dell’impresa sono bloccate per impedire la partenza degli autocarri di merci. I negoziati iniziano molto male con la direzione, che tenta di brutalizzare i delegati sindacali. Per mettere in minoranza i promotori, organizza una contro-manifestazione condotta dagli agenti di sicurezza, che obbligano una parte delle lavoratrici dipendenti a seguirli. Di fronte al rifiuto padronale, gli operai prendono d’assalto gli uffici della direzione e ne cacciano il direttore, che è costretto a lasciare la fabbrica. Per garantire il pagamento dei giorni di sciopero, le merci sono vendute direttamente, sotto controllo operaio. Tre giorni più tardi, la direzione cede sulle rivendicazioni ed il lavoro riprende. Gli agenti di sicurezza sono sostituiti e le elezioni dei capi reparto organizzate. Ecco, brevemente, il riassunto di uno sciopero all’irachena. È a Bagdad anche che gli operai dell’industria del cuoio hanno condotto una serie di scioperi, inizialmente per protestare contro l’aumento del numero di ore di lavoro, in seguito, nel mese di gennaio, per opporsi alle trattenute su salari effettuate come ritorsione contro gli scioperanti. I servizi di sicurezza dell’impresa, messi in difficoltà, fanno appello alla polizia, che tenta di disperdere la folla sparando in aria, prima di aprire il fuoco sui manifestanti. Due sindicalisti sono feriti. Ciò nonostante, il movimento tiene bene fino al licenziamento del direttore. In altri conflitti, la sostituzione della direzione, generalmente formata da ex baathisti messi nel ruolo dal vecchio regime, è una rivendicazione importante, come il rifiuto del pillage delle imprese con quadri corrotti. Ad Al-Askandaria, lo sciopero dell’industria meccanica attingeva in gran parte la sua motivazione nell’arricchimento improvviso e non spiegato di molti quadri ex-baathisti. Altrove, è il blocco dei salari, istituito dalla nuova griglia di salari recentemente realizzata dal consiglio provvisorio di governo, ad essere la causa di numerosi scioperi nelle fabbriche di tappeti, di sigarette, d’arredamento, nell’agroalimentare e la salute, e naturalmente, nell’industria del petrolio. Recentemente, anche gli universitari hanno protestato contro il blocco dei salari e la nuova griglia dei salari. Alla banca centrale, è per difendere dipendenti ingiustamente accusati di furto in occasione del cambiamento dei biglietti di banca che la mobilitazione è iniziata. Alla Southern Oil Company, che sfrutta i vasti campi petroliferi di Kirkuk, Baaji e Daura, tre mesi di movimento sociale, sostenuti sulla minaccia di un passaggio alla lotta armata, hanno avuto ragione della resistenza della direzione. Il sindacato si è accorto che i salari erano inferiori al minimo fissato dall’autorità d’occupazione per le imprese pubbliche. Queste prevedono un salario di 69.000 Dinars, mentre una paga di 50.000 Dinars era comune per la maggior parte delle lavoratrici dipendenti. Secondo un calcolo fondato sulle necessità vitali dei lavoratori e sul costo attuale della vita in Iraq, il sindacato ha imposto 155.000 Dinars mensili (cioè 110 dollari), con una griglia salariale chiaramente semplificata. Al termine del conflitto, le lavoratrici dipendenti hanno ottenuto 102.000 Dinars come salario minimo, e il riallineamento di tutti gli altri salari. In altre parti, indennità di rischio permettono di aggiungere dal 18 al 30 %, in particolare per il lavoro effettuato nelle zone contaminate dall’uranio impoverito. La vetustà delle strutture industriali rende il lavoro particolarmente pericoloso nella maggior parte delle fabbriche. La maggior parte degli impianti non è stata rinnovata dalla prima guerra del golfo nel 1991. Le macchine difettose sono riparate per mezzo di parti recuperate su quelle definitivamente rotte, in modo artigianale (in mancanza dei piani di costruzione scomparsi con gli ingegneri stranieri che li avevano installati). I sistemi di sicurezza, le attrezzature di protezione individuali (caschi,occhiali, combinazioni, ecc....) mancano. Quanto agli asili di fabbrica ed alle mense, sono quasi scomparsi. A Bassorah, è per tentare di farla finita con questa situazione e con la nuova griglia di salario che i dipendenti della centrale elettrica si sono messi in sciopero, minacciando di interrompere definitivamente l’elettricità di tutta la città e di passare allo sciopero armato. Il conflitto è stato negoziato direttamente dal ministro, allarmato dalla situazione, e si è concluso con la messa in atto della griglia dei salari proposta dal sindacato, come pure l’aumento generale dei salari. Fra le rivendicazioni sindacali c’era anche la parità salariale tra uomini e donne, il divieto del lavoro di notte e la creazione di asili. Quest’ondata di lotte ha visto la rinascita di un sindicalismo libero in Iraq e, in alcuni settore come quello del petrolio, di consigli operai ispirati alla insurrezione del 1991 e alla rivoluzione iraniana del 1979 - entrambe represse da Saddam Hussein con il sostegno degli USA. Alcune organizzazioni, la cui pratica è fondata su lotte radicali e decisioni prese dall’assemblea generale dei lavoratori e delle lavoratrici, hanno cercato coordinarsi. Nel dicembre 2003, una conferenza tenuta a Bagdad, in presenza di delegati e delegate venute da Basra, Kirkuk, Nassiriyah, Ramali, Hilla, Kut, Samwa e Bagdad, fonda la Federazione dei consigli operai e sindacati in Iraq. La Federazione rende immediatamente la sua volontà di superare le spaccature etniche, tribali, nazionali o religiose, per basarsi soltanto sull’unità necessaria dei lavoratori e delle lavoratrici. Alcuni mesi più tardi, redige, in comune con l’Unione disoccupati in Iraq, il suo programma sociale, già ricordato. Gli occorre ancora strutturarsi e farsi riconoscere come un’interlocutore, tanto su scala nazionale che a livello internazionale - in particolare presso l’organizzazione internazionale del lavoro. Infatti, in un paese considerato come il paese dove la forza lavoro è la meno costosa del Golfo Persico, il riferimento alle norme internazionali è interessante poiché fornisce uno standard che lo stato ed il patronato possono difficilmente allontanare. Ciò richiede una migliore formazione dei militanti sindacali, per la quale l’aiuto internazionale è importante. Il riconoscimento è anche una sfida, anche se è già acquisito in alcune imprese, poiché le forze occupanti si sostengono in gran parte sui vecchi sindacati baathisti per disciplinare la classe operaia. Occorre anche segnalare la situazione conflittuale nell’ambito della Federazione irachena dei sindacati, potente federazione, fortemente predominata dal partito comunista iracheno - e che precedentemente è stata la più importante al di fuori dei paesi socialisti. Se le militanti e i militanti di quest’organizzazione, spesso vecchi e vecchie ma con l’esperienza della repressione, osservano con sfiducia i giovani attivisti della Federazione dei consigli operai e sindacati, più dinamici, più democratici, più all’ascolto della classe operaia, altri vivono male l’adesione del partito comunista iracheno alle forze d’occupazione e la sua partecipazione al consiglio provvisorio di governo realizzato dagli USA - una posizione che gli fa perdere un numero crescente di militanti.

Donne contro la charia

Le donne beneficiavano in Iraq di più libertà e possibilità che nella maggior parte degli altri paesi del Medio Oriente, anche se la loro situazione era iniziata a peggiorare fin dalla guerra Iran-Iraq, negli anni 80. La legge sullo statuto personale del 1958 era stata mantenuta, nonostante diversi emendamenti che ne restringevano la portata. È il governo provvisorio realizzato dalle forze d’occupazione che ha tentato nel febbraio 2004, con la sua "risoluzione n° 137", di istituire ciò che Saddam Hussein aveva tentato senza osare portare a compimento: l’imposizione della charia. Alcune disposizioni erano state già realizzate dal vecchio regime, in occasione della sua inversione a favore dei religiosi dopo la prima guerra del golfo, e pratiche barbare come l’omicidio d’onore (diritto per un uomo di uccidere sua moglie, sua sorella o sua figlia sospettata d’adulterio, anche non voluto) beneficiavano di un’ampia tolleranza. La charia costituisce l’essenziale del programma sociale delle organizzazioni religiose, ed il rinvio delle donne alla casa e dietro un velo, loro ossessione principale. Durante tutto il periodo di negoziati sul ritorno alla sovranità, gli islamisti hanno fatto pressione perché la charia fosse uno dei pilastri del nuovo Iraq, rifiutando ogni discussione sulla presenza delle donne nelle assemblee elette. La risoluzione 137 del Consiglio di governo provvisorio offriva loro soddisfazione sullo statuto delle donne, anche se Paul Bremer, rappresentante dell’amministrazione USA, sembrava esservi ostile. Suscitò immediatamente la riprovazione della maggior parte della popolazione irachena, ed in primo luogo, di organizzazioni di donne, che nonostante i pericoli immensi che ciò rappresentava, chiamarono a manifestazioni. Fra esse, l’organizzazione per la libertà delle donne in Iraq, condotta da Yanar Mohammed. Quest’architetta irachena, sportiva di alto livello, viveva in esilio in Canada da molti anni, dove militava per il diritto delle donne in Medio Oriente. Dopo la caduta del vecchio regime, decide di ritornare in Iraq e partecipa alla fondazione dell’organizzazione, che basa la sua azione sull’aiuto alle donne rifugiate, in particolare nella zona povera di Al’Huda, e l’organizzazione di centri d’accoglienza per donne minacciate d’omicidio d’onore o vittime di violenze coniugali. A causa dei suoi discorsi veementi in manifestazioni contro la charia, riceve minacce di morte da parte dell’esercito dei lavoratori del profeta, un’organizzazione pro- taliban d’origine pakistana, cosa che la costringe a circolare armata o circondata da guardie del corpo. Una campagna internazionale di sostegno, ben condotta dalle associazioni femministe nel mondo intero, fa conoscere la sua situazione e gli dà una dimensione nuova. Il movimento sollevato contro la risoluzione 137 costringe il Consiglio provvisorio di governo a ritirarla meno di un mese dopo la sua proclamazione. Lo statuto delle donne non è salvaguardato però più di tanto, poiché pur se la legge non cambia, la pressione delle forze reazionarie si accentua. Il velo, considerato prima come vecchiume, diventa una necessità per le donne che vogliono uscire senza troppi rischi nella strada. Oltre agli insulti, gli islamisti ricorrono alla violenza per costringerle, fino a lanciare vetriolo sul viso di alcune. Le violazioni si moltiplicano, le eliminazioni e le vendite di donne anche, secondo una tariffa fissata: 200 $ per una vergine, la metà soltanto se non lo è più. Le esecuzioni sommarie di prostitute, numerose in un paese in cui il commercio del loro corpo è spesso la sola risorsa che resta ai profughi, ripetono il gesto ignobile di Saddam Hussein, che aveva fatto decapitare pubblicamente duecento donne accusate di prostituzione per compiacere i suoi nuovi alleati islamisti. La pressione sulle organizzazioni di donne non è il solo delitto degli islamisti, altri ce ne sono. Nel Kurdistan iracheno, più o meno autonomo dal 1991, le organizzazioni nazionalistiche al potere hanno sempre tenuto le donne in minoranza. Nella zona controllata dall’Unione patriottica del Kurdistan, filoamericana, è questa parte nazionalistica che moltiplica le pressioni per chiudere i locali dell’organizzazione per la libertà delle donne in Iraq, sostenendo che le donne non devono fare politica. La UPK tollera, nella sua zona, gli omicidi d’onore; il suo capo, Jalal Talabani, fu il primo presidente del consiglio provvisorio di governo realizzato per dirigere l’Iraq occupato. Il diritto di lottare per la piena parità uomo-donna non è ancora accettato dai movimenti nazionalistici nel Kurdistan iracheno.

Quale alternativa politica in Iraq?

La situazione così come, con eccezioni felici, è generalmente trasmessa dai mass media tradizionali, consiste in una semplice opposizione tra le forze d’occupazione e le milizie islamiste. Due sfumature vengono a volte a disturbare questo bel montaggio: la rinascita del baathismo, oscillante tra la tentazione della guerriglia urbana ed il ritorno al potere con l’avallo degli USA , e le opposizioni tra islamisti, di cui sono testimonianza i recenti scontri tra i partigiani di Sistani e la milizia di Al’Sadr’- per buona parte composta da ex jihadisti stranieri venuti a sostenere il regime di Saddam Hussein dopo il suo voltafaccia religioso nel 1991, e raggiunta da soldati congedati e disoccupati. Non è difficile vedere che si tratta di una lotta tra campi reazionari, anche se le implicazioni della vittoria dell’uno o altro sono lungi dall’essere indifferenti. Tutti gli episodi di questo imbroglio possono essere seguiti ora per ora nella stampa internazionale. Invece, l’ondata di scioperi degli ultimi mesi, i movimenti di disoccupati e disoccupate, gli attacchi contro le associazioni di donne, fanno soltanto piccola comparse quà e là. La cosa più curiosa certamente è da vedere nei paesi occidentali, organizzazioni di sinistra che si lasciano prendere in questa trappola manichea e sacrificano le precauzioni politiche più elementari per portare il loro sostegno alle milizie reazionarie o agli autori di attentati ciechi, con il pretesto che combattono gli Stati Uniti. Il culto virile dell’arma da fuoco fa passare ogni facchino di kalachnikov per un resistente, indipendentemente dal suo programma sociale. Non esiste alcuna alternativa agli islamisti ed ai baathisti in lotta contro l’occupazione? L’esistenza dei movimenti, associazioni, sindacati, citati più su dimostra l’opposto. Non esiste, per rispondere ad una domanda di solito posta, un movimento libertario in Iraq, paese nel quale il movimento operaio - contrariamente alla maggior parte dell’Europa, dell’America latina e del Sud-est asiatico - non immerge le sue radici nell’anarco sindacalismo. Per molto tempo, la principale organizzazione di sinistra era un partito comunista filosovietico particolarmente nazionalistico, con una corrente composta da dissidenti filocinesi. Ad ogni modo, il regime totalitario del partito Baath, al contempo mescolato con le velleità socialiste di quest’ultimo, hanno costituito un freno allo sviluppo di un’alternativa di sinistra. L’insurrezione del 1991 ha rovesciato le cose. Poiche’la prima guerra del golfo aveva comportato una forma di vuoto politico e aveva lasciato credere alla caduta rapida dell’odiato regime, un vasto sollevamento aveva attraversato il sud e l’est del paese. In molte città, dei consigli operai, formati sul modello delle shoras della rivoluzione iraniana del 1979, si erano impadroniti del potere ed avevano iniziato a riorganizzare la vita sociale su nuove basi, cosa che dimostra le capacità d’auto-organizzazione della popolazione. L’esercito degli Stati uniti aveva allora lasciato tranquillamente le truppe di Saddam Hussein reprimere in maniera massiccia questo movimento, mentre nel Kurdistan i partiti nazionalistici si incaricavano del lavoro. Molte organizzazioni rivoluzionarie si erano formate allora, sulla base dell’idea dei consigli operai. Nel 1993, cinque fra esse si fondevano per dare nascita al partito comunista dei lavoratori, che si associa al movimento iraniano dello stesso nome. Quest’ultimo, fondato sotto l’impulso del marxista iraniano Mansoor Hekmat due anni prima, si distingueva con la sua difesa dei consigli operai, la sua opposizione risoluta al nazionalismo ed il suo rifiuto di qualsiasi forma di capitalismo, che sia fondata sul mercato o sullo stato - un programma sociale che lo situa chiaramente nella stirpe del comunismo dei consigli. In Iraq, militanti del partito comunista dei lavoratori sono all’origine dell’Unione dei disoccupati, della Federazione dei consigli operai e sindacati, dell’organizzazione per la libertà delle donne e di molte altre organizzazioni di massa. Costituisce oggi la principale organizzazione di sinistra in questo paese.

La solidarietà internationalista

Qualsiasi cosa si possa pensare di queste organizzazioni, è chiaro che costituiscono un’alternativa sociale e femminista più "sorridente" delle milizie di Al’Sadr’ e simili, o della prosecuzione, sotto una forma o sotto un’altra, della politica néocoloniale degli USA e dei loro alleati. Le condizioni nelle quali agiscono sono particolarmente difficili, in un paese in cui le necessità più elementari della popolazione sono già fuori portata. Sostenerli, o sostenere altri movimenti che vanno nel senso dell’emancipazione politica e sociale, della lotta contro lo sfruttamento capitalista e patriarcale, è agire sulla situazione in Iraq con molta più efficacia del semplice gridare, una volta ogni tanto, alcuni slogan contro la guerra. È, per tutti coloro che credono fermamente che un cambiamento sociale possa essere soltanto mondiale, un mezzo semplice e concreto per manifestare la loro solidarietà internationalista

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Solidarité Irak
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Olivier Théo
Falah Alwan
Bill Weinberg
Organisation pour la liberté des femmes en Irak
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