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Quando la "resistenza" se la prende con i lavoratori immigrati

"Sei nuovi stranieri, tre Indiani, due Keniani e un egiziano sono stati rapiti in Iraq. La televisione satellitare araba Al Arabiya ha diffuso mercoledì un video di un gruppo che si denomina "le Bandiere nere", minacciando di uccidere un ostaggio ogni 72 ore se il loro datore di lavoro kuwaitiano non si ritererà dall’Iraq." (AFP, 22/07/04).
Non è la prima volta che dei gruppi della "resistenza" irachena se la prendono con lavoratori immigrati.
Nel mese di marzo, due autisti di camion keniani, David Mukuria et Kamau Maina, erano stati rapiti, poi liberati dalle truppe inglesi. Lavoravano per una impresa saudita di raccordo per gli aiuti umanitari.
In questio ultimi giorni, la popolazione filippina si è mobilitata in favore di un altro autotrasportatore, Angelo de La Cruz. E’ diventato il simbolo di centinaia di migliaia di filippini costretti a lavorare all’estero, a causa della grande poveretà del loro paese.
Angelo de la Cruz era stato catturato dalla "Armata islamica in Iraq". Questo gruppo della "resistenza" aveva rivendicato, lo scorso aprile, il massaro di quattro mercenari americani a Falluja. Lo stesso giorno, il corpo decapitato dell’autista bulgaro Gueorgui Lazov era stato ritrovato nel fiume Tigri.
La sorte del collega di Lazov, Ivaïlo Kepov resta sconosciuta.
Le Filippine dispongono di un contingente di una cinqauntina di soldati in Iraq, ormai ritirati. Quattromila civili filippini risiedono tuttora.
Al contrario, nè l’India, nè il Kenia, nè l’Egitto sono presenti militarmente: come i sei ostaggi catturati oggi, i rapiti sono civili venuti a cercare lavoro.
L’Iraq è da tempo un polo di attrazione per la manodopera immigrata: quattro milioni di persone, di cui due milioni di egiziani, il resto provengono dal Sudan o dalla Palestina. La guerra e l’embargo hanno provocato il rientro di una gran parte dei migranti.
Invece il Kuwait - dove hanno base le imprese per cui lavorano questi sei nuovi ostaggi - è un paese ricco, pieno di attrattive, a condizione di poterlo raggiungere. In effetti, bisogna disporre di somme difficili da trovare per un proletario, come rivela una intervista di Amal Gadel-Rab, compagno di uno degli ostagggi, l’egiziano Victor Tawfiq Jerges.
Ha chiesto prestiti ai suoi vicini, ha impegnato i pochi gioielli familiari per trovare i 7200 dollari necessari.
Ha poi aspettato lunghi mesi per ottenere una patente internazionale e trovare questo lavoro di autista in Iraq.
Le vittime degli attacchi delle "Bandiere nere" (simbolo religioso sciita) e della "Armata islamica in Iraq" non sono dei militari delle truppe di occupazione, sono proletari, lavoratori immigrati, vittime della miseria e della disoccupazione del loro paese.
Certo, non si possono generalizzare questi atti odiosi e imputarli ai circa 52 gruppi - quasi tutti islamici o nazionalisti - che si sono segnalati nella resistenza in Iraq.
Ma bisogna interrogarsi su ciò che può significare, in queste condizioni, il sostegno a "tutta la resistenza" dato da gran parte della sinistra occidentale. Si giudica un movimento di resistenza dai suoi metodi, i suoi atti, il suo programma sociale.
Perchè dovremmo avere la benchè minima stima per coloro che se la prendono con i lavoratori immigrati, in Iraq come altrove?

Nicolas Dessaux

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Auteurs
Fédération des conseils ouvriers et syndicats en Irak
Congrès des libertés en Irak
Solidarité internationale
Parti communiste-ouvrier d’Irak
Fédération internationale des réfugiés irakiens
Yanar Mohammed
Solidarité Irak
Nicolas Dessaux
Houzan Mahmoud
Stéphane Julien
Olivier Théo
Falah Alwan
Bill Weinberg
Organisation pour la liberté des femmes en Irak
Mansoor Hekmat
Azar Majedi
SUD Education
Camille Boudjak
Parti communiste-ouvrier du Kurdistan
Karim Landais
Muayad Ahmed
Richard Greeman
Tewfik Allal
Alexandre de Lyon
Fédération irakienne des syndicats du pétrole
Yves Coleman
Olivier Delbeke
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