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Una vuota libertà

Saddam non era certo un difensore dei diritti delle donne, ma dopo la sua caduta la popolazione femminile ha dovuto fronteggiare nuove avversità e un aumento della violenza.

di Houzan Mahmoud
The Guardian, 8 marzo 2004

Le donne irachene hanno sopportato sofferenze e difficoltà inaudite durante gli ultimi tre decenni del regime del partito Baath. Nonostante che alcuni diritti fondamentali, come il diritto all’istruzione, al lavoro, al divorzio in tribunali civili e all’affidamento dei figli, fossero affermati nelle leggi sullo statuto personale, alcuni di questi diritti legalmente riconosciuti venivano regolarmente violati.

La "campagna per la fedeltà" del regime baathista, un atto di terrorismo contro le donne che comportava la decapitazione sommaria delle accusate di prostituzione, è soltanto un esempio della brutalità misogina di questo regime.

Tuttavia, quasi un anno è ormai passato dalla guerra che avrebbe dovuto portare la "liberazione" agli iracheni. Non abbiamo visto migliorare la qualità della vita delle donne, ma dilagare la violenza; e in particolare assistiamo ad un aumento esponenziale delle violenze contro le donne.

Fin dall’inizio dell’occupazione, stupri, rapimenti, omicidi "d’onore" e violenze domestiche sono stati all’ordine del giorno. L’Organizzazione per la Libertà delle donne in Iraq (Owfi, Organisation of Women’s Freedom in Iraq) ha monitorato informalmente la situazione a Baghdad, e ad oggi ha notizia di 400 donne stuprate nella città fra l’aprile e l’agosto dello scorso anno.

Le condizioni di scarsa sicurezza e l’inefficienza delle forze dell’ordine hanno aperto le porte al caos e all’incremento dei reati contro le donne. Le donne non possono più uscire da sole per recarsi al lavoro o per frequentare le scuole e le università. Se una donna vuole uscire di casa, oggi può farlo soltanto scortata da un parente maschio armato.

Nell’Iraq del dopo-Saddam, ragazze e donne sono diventate beni commerciabili
a buon mercato. All’Owfi sono noti casi di ragazze vergini vendute nei paesi
confinanti per 200 dollari, e di donne non vergini vendute per 100 dollari.

L’idea che la donna rappresenti "l’onore" familiare si va diffondendo sempre più, e negli ultimi mesi la difesa di questo onore è costata la vita a molte donne. Per l’onore della famiglia, uno stupro è infatti considerato una vergogna tale da poter essere lavata soltanto con la morte - ossia con il suicidio o con l’omicidio della vittima.

Come gli uomini, anche molte donne irachene hanno perso il lavoro. Costrette
in casa, le donne hanno perso la loro indipendenza, e si trovano a fronteggiare nuove sofferenze. Gruppi islamisti hanno imposto loro di velarsi ed emesso sentenze religiose (fatwa) contro le prostitute. Si assiste ora alla diffusione dei "matrimoni di piacere", una versione islamica della prostituzione che prevede per gli uomini facoltosi la possibilità di contrarre matrimoni temporanei (spesso per una durata di
poche ore) in cambio di denaro.

Il Consiglio Governativo Iracheno - una creatura americana - non offre speranze alle donne irachene, poiché è composto da capi religiosi o tribali e da nazionalisti che ben raramente fanno riferimento ai diritti delle donne. Al contrario, molti membri del CGI hanno un passato di violazione di tali diritti.

I partiti nazionalisti curdi, ad esempio, in oltre 13 anni di gestione dell’Iraq settentrionale hanno violato i diritti delle donne e tentato di sopprimere le organizzazioni femminili progressiste. Nel luglio del 2000, questi partiti hanno promosso l’assalto ad un rifugio per donne e agli uffici di un’organizzazione femminile indipendente. Entrambi erano impegnati a salvare le vite di donne curde in fuga dagli omicidi "d’onore" e dalla violenza domestica. Oltre 8000 donne sono state vittime di "omicidi d’onore" da quando i nazionalisti sono al potere.

Tra i primi atti del Consiglio Governativo Iracheno si annovera un gesto simbolico: in Iraq, la giornata internazionale della donna è stata spostata dall’otto marzo al diciotto agosto, data di nascita di Fatima Zahra, figlia del profeta Maometto. Questo atto non ha nulla a che vedere con i diritti delle donne, ma riguarda da vicino le strategie volte ad irregimentare le loro vite entro un sistema di regole religiose.

Dopo la proposta di sostituire la sharia alla legislazione laica ci sono state grandi manifestazioni di protesta contro il Consiglio Governativo Iracheno, che però hanno ricevuto pochissima attenzione dai media. Questo non ci sorprende: quando l’Unione dei Disoccupati è scesa in piazza per reclamare il diritto al lavoro, i soldati americani hanno arrestato alcuni organizzatori della manifestazione. E anche questo avvenimento è passato inosservato.
L’Iraq ha bisogno di una costituzione laica fondata sulla piena uguaglianza tra donne e uomini, che preveda inoltre una netta separazione tra religione, Stato e sistema scolastico.

Dopo una recente manifestazione a Baghdad, Yanar Mohammed, la presidente dell’Owfi, ha ricevuto due minacce di morte da parte di una milizia islamista,
che ha annunciato l’intenzione di assassinarla e di "far saltare in aria" coloro che si impegnano insieme a lei per i diritti delle donne.
Amnesty International ha preso queste minacce tanto sul serio da scrivere a
Paul Bremer, capo del governo insediato dagli americani in Iraq, manifestando preoccupazione per la sicurezza di Yanar Mohammed ed esortando l’Autorità Provvisoria Alleata (CPA) a non lasciare che, tra le bombe e le atrocità quotidiane, il deterioramento della condizione femminile venga ridotto ad una questione di importanza secondaria.

I gruppi rappresentati nel Consiglio Governativo Iracheno non rispondono ai
bisogni degli iracheni e al loro desiderio di libertà. Il sostegno offerto dagli americani a gruppi islamisti attraverso il CGI mette a nudo l’ipocrisia statunitense. I partiti del CGI non hanno alcuna legittimazione e non sono stati scelti dagli iracheni.

Se alle donne in Iraq non sono garantiti i diritti fondamentali, e se assistiamo all’espansione dell’islamismo politico, ciò è frutto di tre guerre e dell’attuale stato di occupazione del paese. L’unica via di uscita da questo caos passa per il potere diretto del popolo iracheno reale, e cioè delle masse, laiche e progressiste.

(*) Houzan Mahmoud è rappresentante in Gran Bretagna della Organisation of Women’s Freedom in Iraq.

(Traduzione di Nora Tigges Mazzone - Traduttori per la Pace)

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Auteurs
Fédération des conseils ouvriers et syndicats en Irak
Congrès des libertés en Irak
Solidarité internationale
Parti communiste-ouvrier d’Irak
Fédération internationale des réfugiés irakiens
Yanar Mohammed
Solidarité Irak
Nicolas Dessaux
Houzan Mahmoud
Stéphane Julien
Olivier Théo
Falah Alwan
Bill Weinberg
Organisation pour la liberté des femmes en Irak
Mansoor Hekmat
Azar Majedi
SUD Education
Camille Boudjak
Parti communiste-ouvrier du Kurdistan
Karim Landais
Muayad Ahmed
Richard Greeman
Tewfik Allal
Alexandre de Lyon
Fédération irakienne des syndicats du pétrole
Yves Coleman
Olivier Delbeke
Regroupement révolutionnaire caennais
Vincent Présumey

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