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Femministe, disoccupati, laici...l’Iraq dal basso

Di fronte alle truppe d’occupazione ed ai loro subappaltatori locali, la sola resistenza mostrata all’informazione è quella degli sgozzatori di ostaggi, dei kamikaze e dei barbuti. L’ Iraq dei disoccupati, delle donne e dei militanti di sinistra non ha il suo posto a tavola. Tuttavia, anche questa si prende delle pallottole. Gli Stati Uniti ed i loro alleati lo avevano promesso: avrebbero portato nel loro equipaggiamento pace e democrazia in Iraq. Per la pace, occorrerà ancora pazientare un po’. La democratizzazione, in compenso, progredisce a marcia forzata, in particolare per la difesa dei lavoratori dipendenti ed i diritti delle donne. Per i primi, le autorità hanno dato il monopolio ad un sindacato pro- governativo, Iraqui Federation Trade Unione (IFTU). Per le seconde, Colin Powell ha annunciato il 27 settembre lo sblocco di dieci milioni di dollari, destinati alle "ONGS americane il cui scopo è di sensibilizzare le donne irachene alle pratiche della vita democratica". Ma ad osservare più da vicino, queste nuove "libertà democratiche" si confondono con quelle del mercato. Il governo provvisorio riconosce la sola IFTU come rappresentante legittima del movimento operaio iracheno, in violazione totale della convenzione dell’organizzazione internazionale del lavoro (OIT), che stipula che la creazione di sindacati sia un diritto che appartiene ai lavoratori stessi, gli Stati non devono metterci bocca. Concludendo, rispetto all’ " ex regime", il cambiamento è sottile: il sindacato unico non ha fatto che cambiare nome, nulla che possa entusiasmare le masse. Stessa euforia per le donne: la manna del governo USA ha messo al primo posto "Independant women’s forum", gruppo fondato nel 1991 da militanti dell’ala più destrorsa del partito repubblicano, fra i quali la moglie del vicepresidente Dick Cheney. Il loro obiettivo? Opporsi al "femminismo radicale", ad esempio scartando il principio di un salario uguale per un lavoro uguale, che si opporrebbe ai "principi del mercato". I diritti delle imprenditrici irachene sono in buone mani... Nella loro grande maggioranza, gli iracheni e le irachene sono quindi prigionieri tra l’incudine delle forze d’occupazione ed il martello della resistenza armata, che conta nelle sue file ex baathisti torturatori nostalgici di Saddam e milizie islamiste desiderose di assaporare il potere. Ci sarebbe di che disperare, se non ci fossero nel paese uomini e donne che si battono per un’alternativa meno gettonata. Creata nel giugno 2003, l’organizzazione per la libertà delle donne in Iraq (OWFI) conta cinquecento membri a Baghdad e ramificazioni in molte città. C’è da dire che la situazione delle donne nel paese non è affatto migliorata dall’arrivo delle truppe della coalizione. L’autorità provvisoria ha anche deciso nel gennaio 2004 di abrogare il codice della famiglia, piuttosto laicizzato, che era in vigore sotto il regime baathista, per sostituirlo con il diritto islamico (charia). Le proteste degli iracheni hanno costretto il consiglio a fare marcia indietro, in attesa delle elezioni del gennaio 2005... Per Houzan Mahmoud, rappresentante del OWFI in Gran Bretagna, intervistata da CQFD, "la guerra e l’occupazione hanno permesso l’emergere di gruppi islamici politici che terrorizzano ogni giorno le donne". Tenterebbero in particolare di proibire loro l’accesso al lavoro, a volte sotto minaccia di morte. La OWFI riporta che nel settembre scorso, dieci donne che lavorano nella sanità pubblica sono state uccise da pallottole a Mosul. L’associazione, che ha aperto sedi a Kirkouk e Bagdad per offrire una protezione alle ragazze minacciate, prepara una "campagna internazionale contro le atrocità degli islamisti, chiamata campagna contro la afghanizzazione dell’Iraq", cosa che non è molto lusinghiera per gli afghanizzatori americani. Houzan Mahmoud non nasconde la sua appartenenza al partito comunista operaio iracheno, proibito sotto Saddam Hussein. "Non tutti i membri dell’ OWFI sono iscritti", ci precisa , anche se " è importante citare che molti membri si iscrivono al partito". Il buono vecchio metodo dei "satelliti" è sempre in auge per garantirsi delle ripercussioni nel movimento sociale... Nella stessa direzione, si è creata nel maggio 2003 l’Unione dei disoccupati iracheni (UUI). Con un tasso di disoccupazione del 70 %, si è assicurata che non mancherà di effettivi (300.000 membri rivendicati). La UUI organizza manifestazioni la cui principale parola d’ordine è " lavoro o sussidio di disoccupazione per tutti" e riesce a ottenere lavori, spesso presso gli enti territoriali. Per nulla intimoriti, i suoi militanti richiedono cento dollari per disoccupato al mese, quando un lavoratore dipendente ne percepisce spesso soltanto sessanta. I disoccupati francesi dovrebbero prendere esempio! Le azioni del UUI esasperano la polizia irachena e le truppe d’occupazione, che non esitano ad aprire il fuoco sulle sue manifestazioni. Come il 7 febbraio scorso nella città di Al Amarah, al Sud-Est delI’raq, dove i britannici hanno esercitato la violenza sui dimostranti: sei morti ed undici feriti. Ma gli occupanti non si accontentano di sparare. Il 14 ottobre scorso, gli Stati Uniti hanno sbloccato centoventi milioni di dollari a favore del gruppo di
engineering Louis Berger Inc, vicino al Pentagono, affinché assista il governo provvisorio nel suo programma di privatizzazioni dei settori pubblici. E questo sicuramente creerà posti di lavoro...

Georges Broussaille, François Maliet.

Pubblicato da CQFD n°17, novembre 2004.

(Traduzione di Paola Mirenda)

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Solidarité Irak
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Houzan Mahmoud
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Falah Alwan
Bill Weinberg
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