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Islam, donne e laicità in Iraq

Solidarité Iraq, 19 maggio 2005

L’Iraq ha conosciuto, come la maggior parte dei paesi del medio oriente, una certa laicizzazione con la presa del potere del Generale Kassem nel 1958, che ha contribuito a modernizzare il paese, istituendo in particolar modo una legge sullo statuto personale che attribuiva nuovi diritti alle donne. Garantiva soprattutto il diritto all’educazione, al divorzio e ala custodia dei figli. Il partito Baath, che presenta all’epoca un programma laico e socialistaggiante, arriva al potere nel 1968 dopo aver partecipato alla salita così come alla caduta del generale Kassem. Eredita dunque una società già largamente laicizzata e modernizzata. Nelle politiche dei primi tempi, prosegue una politica relativamente conforme al suo programma. Soprattutto, l’uguaglianza tra uomini e donne è teoricamente garantita dalla costituzione provvisoria del 1970,l e il diritto di voto accordato da saddam Hussein nel 1980. Va fatto notare però che la “legge irachena sullo statuto personale” prevedeva che, nei casi non previsti dalla legge, fosse la sharia a prevalere; la poligamia, per esempio, resta legale anche se tende a divenire eccezionale. Nondimeno, il laicismo manifesto del Partito Baath, che gli assicurava la simpatia di una oparte della sinistra internazionale, diviene un elemento centrale del suo nazionalismo modernista.

Si trasformerà anche, soprattutto a partire dalla presa del potere personale di Saddam Hussein nel 1979, in uno strumento del suo totalitarismo, poiché il partito fu trasformato in un gigantesco apparato di sorveglianza della popolazione, in assenza di ogni altra forma di appoggio politico o religioso - anche se la complicità di qualche religioso favorevole al regime ha permesso di esercitare la sua autorità anche in questo ambito. Con il conflitto Iran-Iraq, a partire dal 1980, la questione religiosa sale in primo piano, poiché lo sciismo è assimilato all’avversario iracheno. Occorre ricordare che lo sciismo, considerato come un’eresia dai musulmani sunniti, si è sviluppato nel sud e nel centro dell’Iraq nella seconda metà del XIX° secolo. Mentre le classi dirigenti legate al potere ottomano sono tradizionalmente sunnite, lo sciismo diventa il segno di riconoscimento di una parte crescente della popolazione urbana, in gran parte compasta da commercianti e artigiani. Questa costutisce a sua volta una nuova comunità, sganciata dalla fedeltà tribale che prevale ancora nelle campagne, e una forma di opposizione al potere centrale. A partire dalla seconda guerra mondiale, a questo entusiasmo per lo sciismo si sostituisce progressivamente l’adesione al Partito Comunista Iracheno, che diventarà uno dei più importanti partiti comunisti al di fuori dei “paesi dell’Est”.

La sua base non è operaia, come poteva esserlo in Francia o in Italia alla stessa epoca, ma piuttosto fondata sulle classi popolari urbane , piccolo borghesi nel senso classico del termine, attirate dallo sviluppo rapido dell’URSS a partire da un paese rurale ed arretrato - come essi percepivano l’Iraq nel quale vivevano.

Il partito Baath saprà mettere a frutto questa aspirazione, soppiantando il suo concorrente comunista divenendo partner privilegiato di Mosca. Malgrado questo, si appoggia implicitamente sulle tribù sunnite, come un tempo l’impero Ottomano. Nell’ideologia ufficiale, questo fatto è pubblicamente negato, ma le possibilità di progredire nella gerarchia del Partito Baath sono largamente legate all’appartenenza ad una delle tribù influenti: i Takriti, di cui lo stesso Saddam Hussein è membro, sono particolarmente favoriti. L’aspetto religioso non è l’elemento principale, piuttosto una valenza secondaria all’appartenenza tribale, tanto che il campo sociale è largamente dominato dai valori laici, come avviene negli anni 1960-70. Quando l’Iraq si ritrova, nel 1980, opposto ad un regime iraniano che si richiama al fondamentalismo sciita, questa distinzione si svela. Saddam Hussein identifica il sud “sciita” - o in ogni caso ribelle al potere centrale - con il suo avversario persiano e fa deportare decine di migliaia di persone. Nel fare questo, dà un certo credito al clero sciita, fino allora poco considerato, giudicato arretrato e ipocrita dagli stessi sciiti.

L’Iran saprà approfittare di questa situazione finanziando il movimento di opposizione sciita favorevole ad un regime islamico, come ha largamente fatto in tutto il medio e vicino oriente. Bisogna notare che la guerra Iran-Iraq costituisce una prima tappa nella degradazione della situazione delle donne irachene. Così spiega la femminista irachena Houzan Mahmoud: “L’Irak, diceva Saddam Hussein, ha bisogno che le donne restino a casa, facciano da mangiare per i loro mariti e i loro bambini, diano prova di economia e non spendano troppo, devono aiutare il paese a uscirne fuori. Tutto questo ha portato a violare permanentemente i diritti delle donne. In particolare durante la guerra tra l’Iran e l’Iraq, le donne rappresentavano più del 70% dei funzionari, ma da quando la guerra è finita, il regime le ha rimandate a casa”. Questa degradazione va di pari passo con l’adozione dei valori patriarcali. Una delle misure maggiori prese dal regime di Saddam Hussein contro le donne fu la tolleranza legale della “morte per onore”, cioè il diritto, per un uomo, di uccidere sua moglie, sua sorella o sua figlia se la si sospetta di adulterio o di cattivi costumi, o se è stata violentata. Nel 1990, Saddam aveva introdotto nel nuovo codice penale l’articolo 111, che esentava dalla punizione l’uomo che, per difendere l’onore della sua famiglia, avesse ucciso una donna. Questa pratica non ha nulla di religioso e non trova giustificazione nell’Islam, ma è eccezionale presso i cristiani iracheni. La grande svolta religiosa del baathismo iracheno avviene con la guerra del Golfo del 1991, quando l’Iraq tenta di invadere il Kuwait - come risarcimento per gli sforzi fatti durante la lotta contro l’Iran - prima di essere battuto da una vasta coalizione internazionale. Il regime di Saddam Hussein sembra vivere i suoi ultimi giorni. Nel marzo 1991, l’insurrezione scoppia in diverse parti del paese.

Ma se, al nord, nelle montagne del Kurdistan, è animata dall’estrema sinistra, antinazionalista e antireligiosa, che organizza dei consigli operai sul modello dei soviet, non è così nel sud, dove gli islamisti dominano rapidamente la situazione. Falah Alwan, oggi dirigente della Federazione dei Consigli Operai e dei Sindacati in Iraq, racconta: “Ero a Hilla, a sud di Baghdad. Con una quarantina di compagni avevamo organizzato la presa degli edifici principali. Ma presto sono arrivati gli islamisti, con i loro slogan in favore di una repubblica islamica. Erano forti e non abbiamo potuto fermarli, perché non eravamo affatto preparati per l’insurrezione”. Dopo l’inizio dell’insurrezione, l’offensiva della coalizione si ferma, lasciando a Saddam Hussein il tempo di organizzare la repressione. Agita la minaccia religiosa, spiegando ai sunniti che, se gli sciiti prendessero il potere, loro sarebbero massacrati. Già nel mese di tensione che aveva preceduto i bombardamenti, Saddam aveva sperimentato il suo nuovo abito di leader religioso, allo scopo di sopperire a un nazionalismo arabo all’ultimo respiro. Moltiplica i riferimenti all’Islam e farà presto aggiungere lo slogan musulmano “Dio è grande e Mohammed è il suo profeta” sulla bandiera nazionale. Il Baathismo tardivo degli anni 1991-2003 va dunque prendendo progressivamente l’aspetto di un islamo-nazionalismo sunnita, malgrado il poco di credibilità di Saddam Hussein nel ruolo di pio credente. Anziché essere repressa, la religione è integrata all’ideologia totalitaria dello stato baathista, mentre il peso della tribù Tarkriti si accentua sia nel Partito sia nell’esercito.

Questa svolta religiosa si accompagna del resto ad una esaltazione delle virtù tribali: le tribù diventano delle entità legali, gli sceicchi si vedono affidare dei poteri locali e là dove sono scomparse, tribù più o meno artificiali vengono create. Quando gli esperti dell’esercito americano preparano l’invasione dell’Iraq per concludere il lavoro cominciato nel 1991, la loro griglia di analisi della società irachena è, fondamentalmente, la stessa che gli propone Saddam Hussein. Prendono contatto con l’opposizione irachena in esilio privilegiando, oltre ai loro alleati nazionalisti curdi e qualche dirigente baathista in disgrazia, le organizzazioni islamiste di cui un buon numero è, ironicamente, basato in Iran - soprattutto il Dawa e il suo braccio armato, il Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq. Anche l’un tempo potente Partito Comunista Iracheno è costretto, per negoziare l’improbabile alleanza con gli Usa che gli aprirebbe le porte della partecipazione governativa, a giocare la sua affermazione nella zona sciita del paese, anche se era da lungo tempo il portatore di valori laici. In mancanza della possibilità di poter valutare la rappresentatività reale delle organizzazioni sulle quali si appoggiavano - e gli sarebbe stato difficile farlo in un Iraq totalitario - , gli esperti americani si sono accontentati di riunire coloro che parlavano a nome delle differenti comunità identificate nella loro griglia di analisi. Hanno così incamerato la visione di una società irachena divisa in etnie, in tribù, in religioni, che è stata forgiata, in trenta anni di potere, dal loro avversario - ed ex alleato - .

Questa concezione dell’Iraq fondato sulla divisione etnica Curdi/Arabi e la divisione religiosa sciiti/sunniti - senza contare la moltitudine di minoranze - è stata la chiave di volta della politica americana, che ha costantemente ricercato una forma di equilibrio nella ripartizione dei poteri alla maniera libanese. Il tandem Iyad Allawi, ex baathista passato alla Cia e considerato “sciita” e Ghazul Al Yauar, imprenditore della sicurezza, capo tribale e considerato “sunnita”, ai posti rispettivamente di Primo Ministro e di Presidente della Repubblica, è sintomatico di questa politica. Contrariamente ai preconcetti, l’Islam politico non è, in Iraq, una opposizione irriducibile all’occupazione americana e coalizzata.

Affermare questo sarebbe dimenticare che la maggioranza dei partiti che sono stati sollecitati, da prima dei bombardamenti del marzo 2003, sono essi stessi islamisti. Una parte del nuovo esercito iracheno, addestrato dagli istruttori americani, è così tranquillamente sorto dall’Iran dove il Consiglio Superiore della Rivoluzione Islamica in Iraq disponeva di 6000 combattenti. E’ sempre il consiglio di governo provvisorio messo in piedi dalla coalizione militare che ha proposto nel febbraio 2004 di rimpiazzare la legge sullo statuto personale con le disposizioni della sharia islamica. Questo progetto è stato respinto da una coalizione di 85 organizzazioni delle donne, che hanno organizzato, malgrado i rischi notevoli che questo comportava, delle riunioni e delle manifestazioni per opporvisi. Yanar Mohammed, portavoce dell’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq, diceva allora: “L’Iraq si è sbarazzato di Saddam Hussein, adesso bisogna sbarazzarsi delle sue idee”.

Adesso, i gruppi legati all’Islam politico controllano di fatto una buona parte del paese, soprattutto nei loro bastioni del sud come Bassora. L’esercito americano è intervenuto in qualche caso, cercando di disinnescare la situazione, sia riciclando qualche quadro e ufficiale baathista per disarmare la resistenza “sunnita” - abbondantemente inquadrata dalle ex forze di élite dell’esercito iracheno tra cui i celebri Fedayn Saddam (“coloro che muoiono per Saddam”) , sia minacciando oscure trattative con i capi “sciiti” - tra cui il celebre Al Sadr, giovane chierico ambizioso, che sogna di arrogarsi una bella fetta delle donazioni religiose versate dai pellegrini dei luoghi santi dello sciismo, sia utilizzando la maniera forte, come a Fallujah, dove i civili hanno pagato più dei “terroristi”.

Ma non bisogna dimenticare che sono intervenuti unicamente nelle città dove la loro autorità era direttamente minacciata, mai in quelle dove gli islamici sperimentavano il loro programma senza troppo preoccuparsi delle forze di occupazione. Che siano al governo o all’opposizione, che siano sciiti o sunniti, che siano panislamici ( come Al Qaeda) o islamonazionalisti, che pratichino o meno la lotta armata, le differenti correnti dell’Islam politico si accordano su un programma semplice: l’Iraq deve diventare uno stato islamico, le donne devono rientrare a casa. In materia sociale, le loro concezioni sono generalmente sommarie, e si oppongono visceralmente a qualsiasi idea di lotta di classe, a qualsiasi forma di organizzazione sindacale. Il giornale di Al Sadr non è mai stato proibito quando faceva chiamava all’uccisione dei dirigenti sindacali, ma solo quando se l’è presa con gli Stati Uniti d’America.

Basarsi sull’origine popolare - nel senso largo che questa può avere in un paese dalla struttura sociale come quella dell’Iraq - del reclutamento della base islamica sarebbe una grande illusione, nella misura in cui il loro programma è integralmente o apertamente reazionario, a modello di quello delle ex organizzazioni fasciste. Le elezioni che si sono svolte, in condizioni del resto denunciate anche dai più strenui difensori della democrazia parlamentare, a fine gennaio 2005, hanno rivelato chiaramente che il pericolo di una trasformazione dell’Iraq in regime islamista non è legata solamente alla “resistenza”, ma soprattutto alle forze governative messe in piedi dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Senza minimizzare il pericolo che rappresenta la crescita di potenza della lotta armata, che ha fatto finora più vittime civili che militari, e di alcune organizzazioni che sembrano trovare più legittimo decapitare delle donne colpevoli di esercitare la loro professione o dei lavoratori immigrati colpevoli di fuggire la miseria del proprio paese, non bisogna farsi illudere dalle pretese americane di lottare contro l’islamismo. Saddam Hussein ha modellato il suo paese esacerbando sistematicamente le divisioni interne; ha ravvivato le divisioni etniche e religiose che l’evoluzione economica e sociale avrebbe potuto attenuare. Lui ha impresso questa concezione nell’animo dei suoi nemici. Non ha però annientato la capacità critica degli abitanti e delle abitanti dell’Iraq. Le organizzazioni di donne, i sindacati evocati in questo articolo, le organizzazioni di quartiere che prendono in mano la vita sociale nelle periferie proletarie delle grandi città, mostrano che esiste ancora una dinamica di autonomia e di lotta capace di proporre un altro avvenire.

Articolo originale

(traduzione di Paola Mirenda)

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Auteurs
Fédération des conseils ouvriers et syndicats en Irak
Congrès des libertés en Irak
Solidarité internationale
Parti communiste-ouvrier d’Irak
Fédération internationale des réfugiés irakiens
Yanar Mohammed
Solidarité Irak
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Olivier Théo
Falah Alwan
Bill Weinberg
Organisation pour la liberté des femmes en Irak
Mansoor Hekmat
Azar Majedi
SUD Education
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Parti communiste-ouvrier du Kurdistan
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Tewfik Allal
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Fédération irakienne des syndicats du pétrole
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