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In Giappone, una conferenza mondiale in sostegno all’Iraqi Freedom Congress

Yokohama, in un freddo mattino di inverno. E’ in questa ex capitale, oggi integrata nell’immenso cono urbano di Tokyo, che un tempo si operavano gli scambi tra il Giappone e gli altri paesi. Nei magazzini olandesi che sussistono ancora oggi, circolavano le mercanzie, ma anche piante, strumenti, opere scientifiche che giocheranno un gran ruolo nel progresso delle conoscenze umane. E’ sempre qui, più o meno cento cinquant’anni dopo, che l’irruzione della marina americana spalancò brutalmente il Giappone al resto del mondo.

Oggi, è una delegazione cosmopolita che prende il metro in direzione di Tokyo, dove comincia la “Conferenza internazionale per il ritiro immediato delle forze di occupazione, per la ricostruzione di un Iraq democratico, in solidarietà con il Congresso delle Libertà in Iraq(IFC)”. Venuti dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti d’America, dalla Francia, dall’Indonesia, dall’Iraq e dalle Filippine, i partecipanti fanno conoscenza, o si ritrovano con piacere. E’ all’invito del Comitato giapponese di sostegno alla resistenza civile in Iraq che dobbiamo il trovarci qui.

Ufficialmente, il Giappone non ha esercito: è scritto nell’articolo 9 della sua Costituzione. Ma ha delle “forze di autodifesa” che assomigliano a dei militari tanto da trarre in inganno e che, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, sono implicate in un conflitto all’estero. Dal 2003, un corpo di spedizione giapponese è presente in Iraq. Incoraggiato da questo successo, il primo Ministro Koizumi si augura la soppressione di questo articolo 9. Moltiplica le provocazioni con le sua apparizioni controverse al santuario del dio della Guerra, violando i principi della laicità giapponese. Per il vigoroso movimento pacifista giapponese, il conflitto in Iraq è dunque una posta importante.

Samir Adil, presidente dell’Iraqi Freedom Congress, non è uno sconosciuto in questo paese, dove è già venuto a più riprese per dei giri di conferenze. Coperto dal suo immancabile berretto, ha lo sguardo scuro, gli occhi cerchiati dalla stanchezza. Esiliato in Canada, ho scelto di rientrare clandestinamente in Iraq per preparare la rivoluzione. Era nel 2002, prima dell’entrata delle truppe della coalizione a Baghdad. Esprime con delle frasi brevi, taglienti, il suo indefettibile umanesimo. E’ arabo o curdo? Sciita o sunnita? gli viene chiesto. “Io sono un essere umano”. Le divisioni gli fanno orrore. “Ci sono in Iraq venticinque canali televisivi che spiegano ogni giorno perché e come odiare il proprio vicino. E non uno che spiega perché e come vivere in pace con lui”. E’ per questo che è venuto, portatore di una risoluzione che invita a creare un canale televisivo su satellite, che parli di pace, di umanità, di laicità. Nella conferenza, annuncia una somma : 400.000 dollari. Sente gli sguardi imbarazzati e scettici. “Quando dico questo, non guardate nelle vostre tasche. Guardate in quelle del mondo. Guardate al di là di questa sala: noi rappresentiamo un movimento mondiale di liberazione”. Il suo tono fiducioso, ma senza concessioni, guadagna l’adesione della sala entusiasta.

Ali Abas arriva da Bassora, nel sud dell’Iraq. Impeccabilmente vestito di un abito grigio, esprime con il suo sorriso, con il suo sguardo, con la sua voce, una immensa dolcezza. E’ felice di essere in Giappone, che scopre per la prima volta, e insiste per visitare il memoriale di Hiroshima: vuole attingervi l’ispirazione per un poema. Ali ha passato 13 anni in Iran. Come prigioniero di guerra. A questo si aggiungono sette anni passati nelle galere di Saddam Hussein. “Sono contento così: era per le mie idee”, commenta sobriamente. L’indomani sera, in un caffè di Yokohama, ricorderà con discrezione i suoi anni di guerriglia nelle paludi del sud dell’Iraq, in seguito ad una scissione filocinese del partito comunista di Iraq di cui era all’epoca membro. Oggi, viene a rappresentare la sezione di Bassora della Federazione di Consigli Operai e Sindacati in Iraq, molto attiva tra gli operai del petrolio.

Caloroso e pieno di umore, Azad Ahmed viene da Baghdad, dove si occupa del Centro di protezione dei diritti dell’infanzia. Ritrova con un piacere evidente i suoi amici giapponesi, che contribuiscono con efficacia a sostenere la sua battaglia per i ragazzi di strada. Nella hall della conferenza sono esposte le sue foto, piene di sensibilità e colori, e i disegni di bambini iracheni che ha fatto arrivare fin qua. Sono già stati esposti in diverse città giapponesi, con un certo successo. Quanto racconta il suo lavoro, il suo viso si fa più grave: “La droga si espande con grande velocità, la situazione si aggrava rapidamente”. Racconta i problemi del cibo, della sanità, la pressione esercitata dai gruppi terroristi che trovano facilmente, tra i bambini di strada orfani, dei candidati agli attacchi suicidi.

Dirigente dell’organizzazione per la libertà delle donne in Iraq, Nada Muaid divide il suo tempo tra Kirkuk e Baghdad, dove sono situati i centri di accoglienza per donne minacciate di morte per “questioni di onore”. Fa parte delle poche persone a conoscerne la localizzazione esatta, perché la sicurezza di chi vi risiede richiede la più grande segretezza. Per lei, camminare nella calma delle strade giapponesi è una esperienza strana. Quando passa un’ambulanza o un camion di pompieri, non può fare a meno di gettare uno sguardo inquieto intorno, perché le sirene annunciano per lei un’operazione militare. Per due volte, è sfuggita per un soffio a un attentato suicida. Tutto è strano per lei, camminare a testa nuda senza sentire il peso di sguardi ostili: in Iraq, lei fa un punto d’onore il rifiutare il velo. Ma a prezzo di quali rischi, poiché è sovente minacciata di morte dagli islamisti. In arabo, spiega le sue battaglie, le sue visite alle prigioniere detenute arbitrariamente dalle forze di occupazione, le sue conferenze stampa per denunciare i trattamenti crudeli e gli abusi sessuali che sono loro inflitti. La stessa sera, mi mostra delle lettere, a volte segnate dalle lacrime, di queste donne che ignorano talora persino il motivo del loro arresto.

La conferenza si svolge in due tempi, come d’uso. A Tokyo, discutiamo di fronte ai militanti delle organizzazioni che partecipano al sostegno alla resistenza civile in Iraq. Il giorno dopo, tornati a Yokohama dove alloggiamo, è davanti a un pubblico più vasto che si svolge la “gran messa”, concepita alla maniera nipponica con intermezzi cantati e danzati. Lavoriamo dunque sul progetto di risoluzione finale.

Provenienti dalla Corea del Sud, Oh Seichul e Lee Iljae, del comitato preparatorio per una alleanza politica socialista, e Woo Changsoo, del Comitato coreano della conferenza est-asiatica contro la guerra, vogliono essere rassicurati sulla tattica dell’IFC. La sensibilità non violenta dei nostri ospiti giapponesi non corrisponde visibilmente alle loro esperienze di lotta. Samir Adil spiega: “In Iraq, le armi non mancano. I nostri amici giapponesi, che sono venuti nella mia famiglia in Iraq, lo hanno potuto constatare: ogni casa ha diversi kalashnikov per difendersi, poiché il governo non controlla nient’altro che la green zone. Nelle zone dove noi siamo presenti, aiutiamo la popolazione ad organizzarsi per difendersi, per proibirne l’accesso alle forze di occupazione, ai terroristi e alle gang mafiose. Non ci opponiamo alla lotta armata, ma al mettere in pericolo la vita dei civili. Semplicemente, noi preferiamo altri modi, siamo sostenitori della lotta sociale”.

Come fare affinché il movimento contro l’occupazione non faccia finta di non vedere l’avvenire dell’Iraq ? Arrivati dagli Stati Uniti, i rappresentanti del movimento contro l’occupazione sono visibilmente coscienti dell’importanza della questione. Rivendicare il ritiro delle truppe americane e della coalizione non significa né augurarsi la morte dei soldati americani, né la vittoria degli islamo-nazionalisti, ma cercare la migliore via di uscita in questo conflitto.

Il giornalista Bill Weinberg (Lega Internazionale dei resistenti alal guerra, USA), ne è convinto, da quando ha effettuato una serie di interviste ai rappresentanti della resistenza civile in Iraq. Mantiene una distanza divertita, ma piena di una curiosità simpatica verso i militanti che infrangono tutti i clichés sul Medio Oriente.

Storico del movimento operaio, Bill Pelz (segretario internazionale del partito socialista, USA) scopre con piacere il vigore del movimento sindacale in Iraq.

Joseph Gainza (Uniti per la pace e la giustizia, USA), fedele alla tradizione pacifista dei quaccheri, racconta la venuta dei rappresentanti di questo movimento sindacale negli Usa, su invito dell’US labor against war (lavoratori contro la guerra). Tutti e tre percepiscono l’importanza vitale dei pacifisti statunitensi per lo sviluppo di un movimento mondiale.

Paul Galang, il Bob Dylan filippino, si ricorda delle lotte contro la guerra del Vietnam, e insiste sull’importanza della battaglia cultrale. Cantante folk, è anche l’animatore di Genitori e figli contro la guerra (Mapalad ka), un progetto educativo nella periferia di Manila. Qualche mese fa, questa organizzazione ha invitato Samir Adil nelle Filippine, dove è presente l’esercito Usa. Dall’inizio della guerra in Afghanistan, gli Usa hanno rinforzato la loro presenza militare in queste isole, sotto il pretesto di mettere fine alla piccola guerra islamista di Abu Sayaf. Da allora, la loro principale azione armata sembra essere lo stupro di una ragazza da parte di un gruppo di soldati.

Per la conferenza plenaria, siamo stati raggiunti da Yeni Rosa Damayanti, arrivata dall’Indonesia per conto di Solidarietà senza frontiere (Solidamor).

Imprigionata numerose volte dalla dittatura indonesiana per le sue campagne femministe ed ecologiste, Yeni ha giocato un ruolo essenziale nella lotta per la pace nel Timor Est, uno dei conflitti più sanguinosi della fine del XX secolo. Un curriculum da futuro premio Nobel. Sul podio, esprime la sua sorpresa: “Ero al Social forum mondiale di Hong Kong, e non ho visto nessuna militante irachena. Perché?”. Come tutti i partecipanti, deplora il disinteresse della sinistra mondiale per il movimento femminista e sociale in Iraq. “L’Indonesia è il più grande paese musulmano al mondo. Ma è anche un paese che ha una lunga storia di lotte sociali. La dittatura ha eliminato un milione e mezzo di comunisti, uno dei più grandi massacri della storia. Ma la nuova generazione è pronta a prenderne il posto. Abbiamo invitato l’IFC per un giro di incontri in Indonesia, perché siamo solidali alla sua lotta contro l’occupazione, per la laicità, per i diritti delle donne, per i diritti sociali ma anche perché anche noi, noi abbiamo bisogno di una organizzazione come l’IFC”.

Il movimento è in marcia.

Nicolas Dessaux

(traduzione di Paola Mirenda)

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Thèmes
Situation sociale
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Auteurs
Fédération des conseils ouvriers et syndicats en Irak
Congrès des libertés en Irak
Solidarité internationale
Parti communiste-ouvrier d’Irak
Fédération internationale des réfugiés irakiens
Yanar Mohammed
Solidarité Irak
Nicolas Dessaux
Houzan Mahmoud
Stéphane Julien
Olivier Théo
Falah Alwan
Bill Weinberg
Organisation pour la liberté des femmes en Irak
Mansoor Hekmat
Azar Majedi
SUD Education
Camille Boudjak
Parti communiste-ouvrier du Kurdistan
Karim Landais
Muayad Ahmed
Richard Greeman
Tewfik Allal
Alexandre de Lyon
Fédération irakienne des syndicats du pétrole
Yves Coleman
Olivier Delbeke
Regroupement révolutionnaire caennais
Vincent Présumey

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